Verso un mare ampio e infinito
Quando le prime piogge annunciano l’autunno, è tempo di riaprire quel grande teatro della vita che chiamiamo Scuola, con i suoi protagonisti, i suoi riti e le sue aspirazioni. A questa cerimonia necessaria non partecipano soltanto docenti, studenti e famiglie, ma anche un ospite discreto e onnipresente: il tempo, o meglio, le molte temporalità che attraversano l’esperienza educativa.
La ripresa delle attività scolastiche ci fa sperimentare concretamente cosa significhi modificare l’ordine del tempo. Esistono infatti tempi che si susseguono, si sovrappongono e talvolta entrano in conflitto. C’è il tempo dell’orologio, che scandisce lezioni, settimane e anni scolastici; il tempo dell’apprendimento, diverso per ogni disciplina e per ogni allievo; il tempo istituzionale, che varia da una realtà scolastica all’altra; e infine il tempo soggettivo, fatto di esperienze, cultura, emozioni e maturazione personale.
L’orchestra delle temporalità educative è così ricca che nessuna voce può essere considerata secondaria. Non possiamo limitarci al solo tempo oggettivo dell’orologio. Quando le altre dimensioni del tempo non vengono ascoltate, emergono disagi, insuccessi e forme di esclusione. Dietro molte difficoltà scolastiche si nasconde anche una scarsa attenzione alle diverse temporalità degli studenti.
Come armonizzare queste molteplici dimensioni? È una delle sfide fondamentali dell’educazione.
«Se vuoi costruire una nave», scrive Antoine de Saint-Exupéry, «non radunare uomini per raccogliere la legna e distribuire compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare vasto e infinito». In questa immagine si coglie l’essenza della scuola: suscitare desiderio, orientare lo sguardo oltre l’orizzonte.
Due parole possono guidarci: narratività e immaginazione. Una scuola che collega le discipline alla vita degli studenti rende l’apprendimento significativo. Quando gli allievi chiedono: «A cosa serve studiare questo?», pongono una domanda essenziale, che invita ogni docente a interrogarsi sul senso del proprio insegnamento.
Che cosa faccio qui? Quale valore hanno le mie parole e i miei gesti? Per quale persona e per quale società insegno? Sono domande che trasformano un insegnante in un maestro e impediscono alla scuola di ridursi a una semplice trasmissione di contenuti.
Dare senso al sapere significa soprattutto testimoniare il valore della propria disciplina e costruire relazioni autentiche con gli studenti, in particolare con quelli più fragili o difficili. Insegnare e apprendere sono atti che richiedono passione. Quando questa manca, l’insegnamento diventa sterile e l’apprendimento superficiale.
La scuola non è soltanto un luogo in cui si trasmettono competenze, ma uno spazio di generazione culturale e di elaborazione di una visione del mondo. Per questo deve saper dialogare con i linguaggi, le appartenenze e le esperienze dei giovani, senza appiattirsi sulle sole esigenze immediate del presente.
Una scuola capace di creare mondi possibili, intrecciando tradizione e futuro, accompagna i propri allievi nella costruzione di una vita più consapevole, più umana e forse più felice.
Un bel viatico per il viaggio che sta per cominciare.
Graziano Martignoni


