La locanda e i cavalieri neri
Antonio Tabucchi scrive: “Ogni volta l’appuntamento è una sorpresa, perché il mondo è sempre un altrove, una scoperta di noi stessi attraverso gli altri”. Oggi l’altrove è divenuto pericolo e minaccia, l’appuntamento è semplice routine, e l’altro è un estraneo di cui diffidare.
Parole come adattamento, integrazione e assimilazione hanno perso il mistero generatore dell’accoglienza e dell’ospitalità. Abbiamo dimenticato il monito di Tabucchi: “non perché mettiamo i piedi su questo terreno è nostro; un giorno voleremo via”. Ciò non significa fare eccesso di buonismo, bensì riconoscere che i veri gesti di accoglienza richiedono coraggio, avventura, saggezza e prudenza. Riflettendo sulla parabola del Samaritano, Luigi Maffezzoli mi ha ricordato l’importanza della locanda e dell’oste, che accettano di correre il rischio di accogliere lo straniero. Senza una locanda aperta, il Samaritano da solo poco potrebbe. Ma senza la sua anima compassionevole, anche le locande aperte diventerebbero soulless. Accogliere l’Altro significa riconoscere in lui la mia stessa stranierità. Come scrive Rimbaud: “Je est un autre”. E il poeta Edmond Jabès: “Quando incontro lo straniero, mi scopro straniero”. Senza l’Altro nel mio paesaggio interiore, la mia identità sarebbe vacua.
Tanti mondi ci abitano e di cui non siamo mai del tutto padroni. Da queste “Terre nere” della nostra coscienza possono giungere i “Cavalieri neri” con gli stendardi dell’odio, dell’avidità, dell’invidia e della violenza. Sono parti psichicamente non elaborate, resti culturali che temiamo e tentiamo di esiliare nella periferia di noi stessi. Ma torneranno inevitabilmente, come ricorda Goya nel “Sonno della Ragione genera mostri”. Per proteggerci dalle invasioni psichiche, dobbiamo “pensare bene il nostro pensiero”: un vaccino contro la violenza. Ciò richiede di essere responsabili verso la fragilità dell’Altro, di rispettare il modo in cui ne parliamo, di operare con carattere donativo. L’accoglienza non è gesto tecnico-politico, ma d’amore, con tenerezza nella mano offerta.
Queste condizioni, mai definitive, sono parte della tessitura quotidiana che tiene a bada i “cavalieri neri”. L’incontro con lo straniero ci ricorda la nostra claudicanza e fragilità. Se espelliamo la nostra parte oscura, tornerà nel momento inatteso, generando paura e chiusure. Così rischiamo di diventare meri “guardiani della vita” e di condannare le nostre “locande dell’ospitalità” all’indifferenza.
Graziano Martignoni


