Liberare le vacanze
Questo non è un tentativo di risposta alle vostre riflessioni, ma più modestamente un elenco di interrogativi la cui urgenza mi pare ormai ineludibile. Di che cosa parliamo, infatti, quando parliamo (e spesso sparliamo) di valori? Di fronte a molti drammi della vita quotidiana, quante volte chiamiamo in causa la “malattia” dei valori, come se nella loro assenza o debolezza si potesse trovare la ragione di ciò che non capiamo o non possiamo accettare?
Mi sono chiesto spesso se fosse più facile, più dolce morire quando l’uomo era animato da grandi Valori — come quelli della Patria o della Giusta Causa, che hanno trasformato il Novecento in un grande cimitero per le giovani generazioni — rispetto al morire stupido e solitario sull’asfalto di un’autostrada, per aver aderito a nuovi valori sociali come quello della Velocità e della Mobilità assoluta. Sono questioni di difficile soluzione, ma necessarie per iniziare a ragionare su questo nostro tempo di transizione.
La domanda è dunque: quali Valori per il tempo che stiamo vivendo? E quale trasmissione di valori tra le generazioni e tra i sessi è ancora possibile, quando si è smarrito il senso della loro gerarchia e del rapporto tra ciò che in essi può mutare e ciò che deve essere preservato al di là delle mode? È quasi provocatorio chiedersi se i Valori debbano mutare con il mutare delle opinioni, soggetti come le scelte politiche agli umori del momento, oppure se debbano restare fermi nella loro funzione di guida, persino contro l’opinione della maggioranza. I Valori sono dunque democratici, come i diritti e i doveri? O democratico può essere solo il modo in cui vengono trasmessi?
Gli oggetti di questa contrapposizione sono molteplici e riguardano, come sempre, i dilemmi tra vita e morte (dall’aborto all’eutanasia, dalla fecondazione in vitro alla clonazione), il bene e il male, il modo di pensare la natura e la persona umana. Di fronte a queste “zone” sempre più incerte della coscienza individuale e collettiva, in cui abbiamo spesso perso ogni criterio di orientamento, come fare delle scelte, come esercitare un’autentica libertà — che nulla ha a che fare con il diritto di fare ciò che si vuole, purché non si disturbi il vicino — senza rifarsi a un’idea di uomo, del suo posto e del suo fine nel mondo, dunque senza un’antropologia?
La libertà, a mio avviso, è solo un modo di vivere creativamente quell’idea di uomo. Ma quale idea dell’uomo ci abita ormai? È una domanda che dovrebbe stare a cuore di ogni percorso educativo, in famiglia, a scuola, nella società. Qualcosa di questa domanda sembra smarrito nel tecnicismo educativo, nelle sue scelte strumentali, nel relativismo delle idee, che spesso porta all’indifferenza, al “fai da te” e all’impoverimento della testimonianza. Le scelte dell’uomo quotidiano diventano sempre più confuse e contraddittorie, quando non generano apatia, sonnambulismo televisivo, banalità — tutti segnali di un crescente “deficit di democrazia”.
Viviamo in un’epoca in cui alcune figure antropologiche si formano e si dissolvono con grande velocità: l’uomo planetario, l’uomo banale, l’uomo di “vetro”, l’uomo mutante, l’uomo normalmente dipendente. Tante facce per qualcosa che sembra, per una volta, non una semplice moda sociale ma una mutazione più profonda, che tocca il modello di socializzazione fin dalle prime relazioni tra genitori e figli e plasma la nostra interiorità. Figure d’uomo che abitano un mondo confrontato, come scrive Rodotà, con tre perdite essenziali: la perdita del senso del limite, la perdita del senso del legame e quella del senso della fine.
Quali Valori, dunque, per questi nuovi paesaggi umani, e quali virtù per quei Valori? E da dove nascono i valori? In un tempo in cui l’altro è divenuto soprattutto un “passante”, la casa una dimora occasionale, in cui non si ha più tempo per costruire un’abitudine sociale prima che un’altra si imponga come necessaria per non sentirsi tagliati fuori, in cui tutto scorre così velocemente che i vecchi punti di riferimento sembrano un ingombro al cambiamento continuo — come costruire valori che diano fondamento all’identità? Un’identità senza fondamento è solo un abisso.
Viviamo in un tempo in cui il senso del Bello, del Vero e del Buono è ormai mutevole come le mode: il Bello ridotto a ciò che è moderno, il Vero a ciò che è utile, il Buono a ciò che produce piacere e sconfigge meglio la sofferenza. Che cosa è ancora possibile trasmettere?
Graziano Martignoni


