La memoria del tempo che nulla potrà cancellare

 

“Nulla dies umquam memori vos eximet aevo” — Nessun giorno vi cancellerà dalla memoria del tempo. Questa frase di Virgilio, tratta dall’Eneide, parla di due giovani guerrieri morti dopo l’ultima battaglia di Troia. Ricorda il loro eroismo e sacrificio, che nulla potrà mai cancellare. La frase è oggi incisa sul muro del Ground Zero Memorial Museum di New York, dedicato alle vittime e ai gesti straordinari dell’11 settembre 2001.

La città sull’Hudson è già tutta vestita a festa, con quell’ingordigia di luci che la rendono bella e seducente. L’acqua della grande fontana centrale scorre inarrestabile davanti ai nomi di tutti i morti, incisi sulle balaustre, ed è come attratta dal grande vuoto al centro — un abisso oscuro, porta dell’Ade, di cui non si scorge il fondo. Ma poi quella stessa acqua risale, ritorna alla luce, e ridà vita a chi la guarda. Una fontana che testimonia il movimento inarrestabile della vita, in cui la memoria dei giorni non potrà mai essere cancellata.

La memoria è testimone della vita stessa. Proteggerla, custodirla, darle ospitalità — nei momenti festivi come nella quotidianità — è opera della cultura. Rimedio all’oblio, all’indifferenza, alla banalità dell’esistenza: un vero pharmakon contro il dolore di una vita che ha perso il suo orizzonte simbolico.

Ma la memoria ha bisogno di luoghi: il museo, il parco commemorativo, la statua in piazza, la strada che porta un nome, la poesia che ne conserva l’anima. Luoghi che sono figure dei tanti “discorsi” che la contengono, a volte proteggendola, altre volte esponendola al suo banale consumo. Perché la memoria è già nella sua sostanza lacuna, distorsione, cancellatura — qualcosa di infedele, di cui sospettare. Come intuivano gli antichi nel loro mito, essa non è che l’altra faccia della dimenticanza: un’amnesia organizzata.

Mnemosyne, scrive Vernant, è “colei che ci fa ricordare”, ma in Esiodo è anche “colei che ci fa dimenticare i mali”. Reminiscenza e oblio sono inseparabili. All’oracolo di Lebadea, il consultante veniva condotto a due fontane: Lethe, dimenticanza, e Mnemosyne, memoria. Bevendo alla prima dimenticava tutto e poteva entrare nel regno della notte; grazie alla seconda conservava ciò che aveva visto nell’altro mondo.

Ricordo e oblio: l’oscillazione tragica, ma vitale, della nostra esistenza. La memoria come cura del mondo. La memoria del tempo che nulla potrà mai cancellare

 

 

                                                                                                                                                                                    Graziano Martignoni