Voci dall'universo

Il silenzio dei cieli seduce e spaventa. Li abbiamo arredati, pensati come dimora dei nostri sogni e delle nostre paure, immaginati abitati da presenze ora accoglienti, ora crudeli. Eppure, quando nella notte stellata alziamo gli occhi verso l’alto, una vertigine ci assale, come se ci sporgessimo sull’infinito, e con essa una domanda: e se fossimo soli nell’universo?

Quante volte ci siamo chiesti, con le parole del bambino o la curiosità del cercatore, dove si sono nascosti tutti gli altri, tutte le altre vite in un universo che — per usare una frase apocrifa di Enrico Fermi — sembra pullulare di vita? È un’interrogazione antica e mai sopita. L’attesa di una risposta, di un segno, ha segnato più di ogni altra cosa le civiltà umane: una risposta che ci faccia sentire meno terribilmente soli, non appena smettiamo di guardare l’aia della nostra vita e, come nel Timeo platonico, alziamo lo sguardo.

Essere soli nell’universo è fare l’esperienza del fondo stesso della solitudine. I grandi malati dell’anima — viaggiatori intergalattici a loro modo, dove le galassie sono le profondità del loro stesso essere — ci raccontano di mondi incandescenti o di mondi che si spengono a poco a poco, in cui si dischiude l’ombra dell’infinito silenzio.

A me piace guardare il cielo di notte, come facevo da bambino mentre mio padre mi raccontava le sue storie: scrutare quel buio cosmico e sognare universi remoti, in cui qualcuno o qualcosa abbia scritto i segni della propria presenza. Sento vicino il grido spezzato di chi tenta di trovare nell’infinito qualcuno che risponda — un grido che sta a volte anche nella nostra gola, quando poniamo domande senza risposta e cerchiamo ardentemente una voce che sappia consolarci.

«Ci sono due modi di sentire la solitudine», scrive Emil Cioran: «sentirsi soli al mondo, o avvertire la solitudine del mondo». Il sentimento di solitudine cosmica è appunto quest’ultimo. Ma da quei geli, a volte, senti giungere senza preavviso una voce, come se qualcuno ti chiamasse lasciando su di te un’impronta indelebile.

Scrive il teologo Karl Rahner: «Allora Tu sarai l’ultima parola, l’unica che rimane e non si dimentica mai. Allora, quando nella morte tutto tacerà, comincerà il grande silenzio, entro il quale risuonerai Tu solo, Verbo di eternità in eternità».

È lo spazio di una solitudine diversa, generativa, che non smette di guardare oltre. E se il canto di quella cometa ci stesse raccontando proprio una storia — come il cyborg nell’ultima scena di Blade Runner: «Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi» — un racconto fatto di suono e traccia, perché non tutti quei momenti si perdano nel tempo come lacrime nella pioggia?

                                                                                                                                                                                     Graziano Martignoni