Aurore pasquali
Vi è un momento nell’esistenza di ogni uomo che può farlo sentire spaesato, persino smarrito, come immerso in un paesaggio di nebbia in cui la luce sembra prigioniera e trasformata in un chiarore confuso. È il momento in cui abbiamo bisogno di luce, in cui cerchiamo la nostra Pasqua. La Pasqua, che ogni religione ricorda a suo modo, racconta proprio il passaggio dalle nebbie della morte alla luce della vita. Evoca la fragilità umana e la sua sorprendente capacità di rigenerarsi. Se c’è un’immagine che descrive l’essenza della vita, è quella dell’intreccio tra forza e fragilità che abita ogni nostra esperienza. La vita è infatti sospesa sin dall’inizio tra naufragio e salvezza. La salvezza, tema apparentemente inattuale, continua a muoversi sotterranea nelle inquietudini della nostra epoca: come salvarsi e non solo guarire, come sopravvivere e non solo vivere, come sottrarsi all’indifferenza del nulla.
Esiste un’idea di salvezza ridotta alla semplice conservazione, al ritorno alla condizione precedente al “naufragio”: un’illusione, un miraggio pubblicitario della società del consumo. Ma c’è un altro modo di pensare la salvezza, quello che si radica nella profondità della religiosità così come la intendeva Mircea Eliade: non uno stadio della storia della coscienza, ma un elemento della sua struttura. Il sacro scende allora dall’astrattezza dei cieli e diventa incontro con ciò che dà senso alla nostra esistenza. Una salvezza come liberazione, rinascita e mappa verso una nuova destinazione. Un cammino che trasforma l’esilio in esodo e pone il destino davanti alla libertà.
Non è la forza, travestita in mille forme, a vincere la scommessa dell’esistenza, ma la fragilità con la sua mitezza. È la fragilità che conosce il linguaggio del destino e sa dialogare con esso senza dissolversi. Una fragilità non lamentosa, ma gentile verso se stessi, verso l’altro uomo — che è fratello — e verso il mondo di cui, come ricorda Levinas, non possiamo non sentirci corresponsabili.
In questa passività accogliente si apre il mistero di chi porta la luce, di chi, umano o divino, vince per un momento le tenebre delle nostre sconfitte e dei nostri dolori. Mi piace pensare alla metafora del filo d’erba, che si piega alle intemperie senza spezzarsi per poi tornare, ferito magari, a cercare il sole. “Il paradiso è atterrato / su un filo d’erba: / per questo trema”, scrive il poeta, per evocare il fremito che ci coglie quando un frammento di felicità ci sfiora. Il filo d’erba non ha l’arroganza del fil di ferro, che ostenta forza senza sapere che, alla prima tempesta, la sua vita sarà breve.
Ecco allora la Pasqua: tempo di dolore e di luce insieme. Le nostre chiese spoglie ricordano la morte, ma subito dopo giungono i giorni della rinascita. Sono i giorni dell’Aurora, che segue le tenebre della notte che ciascuno deve attraversare dentro e fuori di sé. La luce che sembrava sospesa o interrotta può tornare a vivere. All’Aurora si chiede di annunciare la luce. “All’Aurora — scrive Maria Zambrano — si chiede, anche senza saperlo, questo seguitare a nascere”.
È l’annuncio pasquale di una redenzione possibile, di una “casa” che credevamo perduta e che ci attende. Dolci sono i colori e i suoni dell’Aurora: l’uomo li incontra solo se sa attenderli. Ogni nostro “venerdì santo” può aprirsi alla luminosità dell’Aurora pasquale, perché nessuna tenebra, per quanto fitta, può escludere la possibilità che una luce riesca a penetrarla.
Qui sta il paradosso della fragilità che diventa annuncio. Il fremito quotidiano dell’alba, come il tremore del filo d’erba che accoglie il peso leggero di un possibile paradiso, partecipa alla visione aurorale della luce che la Pasqua porta con sé. Essa annuncia il nostro Oriente, attraverso cui ogni giorno possiamo rinascere. Perché ogni giorno — per ognuno di noi — può essere una nuova Pasqua.
Graziano Martignoni


