Scena primaria
Una notizia di agenzia raccontava di una coppia inglese, Claire Lockett e Michael Narramore, che ha deciso di sposarsi una seconda volta, a due mesi dal primo matrimonio, con gli stessi ospiti e negli stessi abiti. La videoregistrazione della prima cerimonia era venuta male: la madre della sposa si era accorta che, oltre ai ricordi nella memoria, non restava nulla, se non poche immagini sfocate di cinque ore di riprese. “Dietro di sé il nulla”.
In poche righe si condensa un evento che sembra provenire da un territorio immaginario e inquieto: il “territorio del nulla”. Una sorta di reportage sull’orrore del vuoto, alla ricerca disperata di testimoni. Sembra l’effetto di una memoria umana indebolita, divenuta inaffidabile, che tenta di salvarsi aggrappandosi alla sua copia visiva. È lo scenario di una lenta agonia: una memoria assopita, in contrapposizione alla crescita vertiginosa della memoria visiva e telematica.
Viviamo un tempo strano, in cui le inquietudini si infiltrano nella quotidianità, perfino nell’amore, nel cibo, nell’aria, nel cielo che crediamo ancora “azzurro” mentre silenziosamente si prepara a chiudersi su di noi. Non è catastrofismo né declino dell’uomo, ma il tempo di una mutazione: la sostituzione della natura con la sua copia. Il nostro quotidiano appare incerto, nonostante il frastuono che tenta a tutti i costi di renderlo ovvio e luminoso, nascondendone la malattia. Una malattia che contamina il presente, l’unico tempo che credevamo nostro, mentre il passato diventa oggetto da museo e il futuro non ha ancora immagini.
Ormai sappiamo non solo di essere mortali, come ricordava Valéry, ma di poterci dare silenziosamente la morte ogni giorno. Una “malattia della morte”, direbbe Marguerite Duras, sembra abitare la nostra intimità più profonda: ciò che freneticamente cerchiamo di non vedere.
A che cosa prelude tutto questo? A nuovi saperi per un tempo complesso, o a una cultura della sopravvivenza in cui la retorica della morte si incarna nell’eccitazione simulata delle immagini e nel progressivo impoverimento della parola? “In un’epoca di turbamenti — scrive Christopher Lasch — la vita quotidiana diviene un continuo esercizio di sopravvivenza. In stato d’assedio l’Io sovrano di ieri si contrae nell’Io minimo di oggi”.
È di questo assedio che vale la pena parlare: una strategia quotidiana di sopravvivenza, come in un programma di “survival”, di fronte a un pericolo così invisibile da non sapere se è dentro o fuori di noi. Risvegliati dal “sonnambulismo dell’ovvio”, potremmo accorgerci dei segni più banali, quelli che ricordano il monito di Oscar Wilde: “solo i superficiali non giudicano dalle apparenze”. Perché la “malattia della morte” si manifesta spesso sulla superficie, primo confine prima del nulla.
È su questa superficie che si agitano tragicamente gli sposini inglesi. Nel loro doppio matrimonio, come sul ponte del Titanic mentre l’orchestra continua a suonare, si consuma un’ultima, quasi ridicola sfida alla morte: il tentativo di sovvertire il rapporto tra vero e falso, tra passato e presente. L’orrore del “nulla dietro di sé” richiama una memoria svuotata, sostituita dalla copia videoregistrata, da un simulacro che si insinua al posto della vita. Un simulacro che produce immagini ripetibili, sentimenti garantiti, privi del rischio della delusione ma anche dello stupore e della gioia della memoria autentica, quella che dimentica per poi ritrovare e costruire la storia di una vita.
L’esercizio della sopravvivenza rende obsoleto il gusto della scoperta. E se davvero “dietro di noi ci fosse il nulla”? Non vale la pena attardarsi su questi pensieri, direbbe un buon maestro di “survival”: tanto, ci sarà sempre un videoregistratore a dirci che la morte non verrà.
Graziano Martignoni


