Tra l'Inverno e la Quaresima

Tra il buio arcaico dell’inverno e il tempo purificatorio della Quaresima si colloca, da tempi remotissimi, il Carnevale: una soglia paradossale tra sacro e profano, vita e morte, cielo e terra. È un tempo sospeso, un’interruzione delle temporalità ordinarie che scandiscono l’esperienza individuale e collettiva. Nel suo fragore assordante, dopo l’attimo di buio che lo annuncia, esso rinnova simbolicamente la vita spezzata. Guardare e sentire oltre il consueto, oltre la logica razionale, significa aprire lo spazio alla rigenerazione del mondo.

Il “mondo alla rovescia”, come nei Saturnalia romani in cui gli schiavi diventavano padroni, sovverte l’ordine costituito e insieme segna il passaggio dal buio alla luce. Nell’antica Babilonia la festa dell’equinozio celebrava il rinnovamento dell’anno e la vittoria sull’antico caos. Come ricorda Mircea Eliade, ogni nuovo anno ripete simbolicamente la cosmogonia: nel disordine rituale, nei combattimenti simbolici, nella presenza dei morti, si riattualizza il passaggio dal caos all’ordine. In quel tempo sospeso, le barriere tra vivi e morti si infrangono e il tempo sembra annullarsi.

Anche il celebre “car naval” babilonese, il carro-navicella con i simulacri del sole e della luna condotto al santuario di Marduk, esprimeva questa dinamica: discesa agli inferi e ritorno, caos e restaurazione dell’ordine. Il mascheramento diventa allora attraversamento: dall’identità personale a una temporanea alterità “folle”, per approdare a una identità rinnovata.

Ma cosa resta oggi di questa dimensione cosmica e sacra? Il Carnevale è sempre stato uno spazio di disordine autorizzato, in cui l’Ordine concedeva una momentanea liberazione delle passioni per poi ristabilirsi. In un tempo che sembra vivere in un “carnevale permanente”, dove i confini tra sacro e profano si sono dissolti, il rischio è la perdita della sua ritualità profonda e il suo scivolamento nel puro intrattenimento o nell’insensato.

Eppure il Carnevale, nelle sue forme storiche, custodisce una religiosità archetipica: obbliga a interrogarsi sul senso dell’essere nel mondo. L’ebbrezza, la frenesia, la musica e la danza sembrano consegnarlo al disordine; in realtà rivelano una struttura simbolica rigorosa, come se anche il caos avesse un ordine segreto. I grandi Carnevali del Nord Europa mostrano ancora questa funzione: un dispositivo collettivo di confronto con la morte, con il silenzio dell’inverno e con la promessa di rinascita.

“Tolerabile est semel anno insanire”: una volta all’anno è lecito impazzire. Ma questa follia è feconda solo se radicata nella ritualità. Non è l’insensatezza, bensì un vento che mescola e rigenera il tempo attraverso un vero e proprio theatrum mundi: si sospendono le differenze, si confondono generi, età, confini tra umano, animale e vegetale. La festa ricorda che talvolta bisogna simbolicamente distruggere per poter ricostruire.

Diventare animale, albero, spirito o semplicemente altro, anche solo per una sera, lasciare che ciò che è trattenuto dall’ordine quotidiano esploda in maschere e suoni dissonanti, agisce come un balsamo temporaneo: consente di attraversare il caos per ritrovare, oltre il frastuono, una rinnovata possibilità di senso.

                                                                                                                                                                                Graziano Martignoni