Stiamo là dove prova a nascere il fiore della gioia

Proviamo ad accogliere la Vita, anche se tormentata in questi primi giorni dell’anno. Nutriamola con il nettare della gioia e della tenerezza, e facciamo in modo che giunga nelle nostre case. Ma come pensare la Vita? Come stare nella Vita, con la Vita, per la Vita, attraversandola nelle sue molte lingue? Di che cosa parliamo quando parliamo di “Vita” e di “vivere”? Le due parole sono già in sé polifoniche: descrivono territori biologici, sociali, politici, psicologici e spirituali. Sono lo sfondo dell’esistenza, dove restiamo sospesi tra le voci del passato da custodire e l’attesa del futuro.

Tutti noi siamo chiamati a non dimenticare. Possiamo forse dimenticare la Vita, dimenticare di vivere? Può sembrare strano, eppure spesso è proprio la Vita a essere scordata, nelle piccole e nelle grandi cose. Pensare alla Vita è un esercizio di respirazione dell’anima, individuale e collettiva. Occuparsi e custodire la Vita significa diventare “giardinieri” del mondo che abitiamo, del giardino del vivere che ci è affidato.

In questo tentare la vita vera – come la chiama François Jullien – cerchiamo la luce, la proteggiamo, la facciamo durare. Non si tratta di studiare la Vita come un oggetto astratto, ma di agire nella Vita e con la Vita: operare per la sua fioritura e ostacolare la non-vita che la assedia. Per dare vita alla Vita nel tempo delle nebbie, delle salite faticose e delle discese rischiose, affinché la luce trovi una fessura – come recita un verso di Anthem di Leonard Cohen – non bastano le meraviglie della scienza o l’ordine della datocrazia: ci serve anche la capacità di in-cantare i nostri gesti, i nostri sguardi, le nostre parole.

L’uomo ha bisogno di Cura. L’uomo è Cura: per sé, per l’altro, per il mondo. Se togliamo questa dimensione, priviamo l’esistenza della sua riserva simbolica e consegniamo il mondo alla rovina. La Cura è ridare vita, custodirla, rianimarla anche là dove sta per finire. È “ostetrica” dei Possibili, anche quando il probabile sembra imporsi. Per questo il viaggio resta incompiuto e infinito.

La Cura nasce dove la tormenta e l’angoscia del vivere diventano più intense: nella vertigine, nella fragilità, nel morire. Ma proprio lì, può dare una torsione al destino, trasformando l’esilio in esodo, nutrita dalla speranza e dal calore di un incontro. In questo suo essere generativa, la Cura è gesto poietico: si fonda sulla sollecitudine, sulla preoccupazione, sull’attenzione all’altro e all’altrui. È “stare accanto”, accompagnare, farsi prossimi a chi ci viene incontro “da dovunque venga e ovunque vada”.

Senza questo movimento, la Cura si riduce a una meccanica di gesti riparatori, rischiando di cancellare la singolarità di ogni persona. A salvarla è la forza della Narrazione: la parola capace di ricreare la vita e di restituire unicità alla storia di ciascuno, anche sul confine del dolore o della perdita di sé.

“Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…”
(F. Battiato / M. Sgalambro, “La Cura”)

Come nell’Ecclesiaste, possiamo cantare la Vita e il suo vivere nelle tracce del cammino:

Vivi per vivere.

Vivi per amare.
Vivi per conoscere.
Vivi per scoprire.
Vivi per viaggiare.
Vivi per guardare e sentire.
Vivi per condividere e sognare.
Vivi per costruire e ritrovarti.
Vivi per sorridere e piangere.
Vivi per guardare il cielo e la lotta delle nuvole.
Vivi per abbracciare.
Vivi per trovare la lontananza in ogni prossimità.
Vivi per parlare con gli angeli.
Vivi per scacciare i demoni.
Vivi per ritrovare la felicità.
Vivi per sentire la musica dei cieli.

                                                                                                                                                                                Graziano Martignoni