Farsi udire dagli angeli
«Ho pregato la luna, perché Dio non ascolta quelli come noi». A volte poche parole riescono a fermare il fluire indifferente del quotidiano. Una sera d’agosto, in stazione, aspettando un amico, il mio sguardo si è posato su questa frase tracciata con un pennarello nero su un muro: parole antiche e modernissime, un’invocazione di dolore che richiama tanto la disperazione biblica quanto l’eco delle Elegie duinesi di Rilke: «Ma chi, se gridassi, mi udrebbe dalle schiere degli Angeli?».
Parole su un muro come un messaggio in bottiglia affidato al bagnasciuga della nostra indifferenza, che rivelano l’abisso di solitudine in cui vivono alcuni dei nostri fratelli. Siamo una società ricca di servizi, di competenze, di generosità; eppure qualcosa ci sfugge, ieri come oggi, lasciandoci nudi davanti a chi deve affidare ai muri ciò che nessuno sembra disposto ad accogliere. La nostra miseria, talvolta, si nasconde proprio sotto l’apparenza del benessere. Basterebbe pensare al numero crescente di giovani che tentano di togliersi la vita in un Paese così ben organizzato per obbligarci a porci domande radicali.
«Dio non ascolta quelli come noi» significa anche che l’uomo — il vicino, il prossimo — talvolta non sa ascoltare. Ma chi sono «quelli come noi»? Forse coloro che non riescono a partecipare alla felicità “prêt-à-porter”, gli sconfitti, le “vite di scarto” di Bauman che popolano come ombre le nostre strade. Molti cercano spiegazioni psicologiche, sociali, economiche o morali, rischiando però di attribuire proprio agli sconfitti la responsabilità della loro sconfitta, come se non saper cogliere le opportunità — vere o solo apparenti — fosse una colpa.
Da qui l’urgenza di una nuova cultura della vicinanza, una “ginnastica della compagnia”, come dice Mario Russotto, che non parta solo dalle istituzioni ma dalla responsabilità della comunità dei cittadini.
Saremmo ingenui a considerare queste invocazioni frutto del solo nostro tempo. Esse toccano una condizione umana universale, sempre oscillante tra il bisogno dell’Altro e l’angoscia della solitudine. Nel Dialogo di un suicida con il suo ba, scritto in Egitto nel 2190 a.C., leggiamo: «A chi parlerò oggi? […] Io sono carico di dolore perché mi manca un confidente». Non è forse lo stesso smarrimento che ritroviamo sui muri della nostra stazione?
La risposta non sta nel mito di un’autonomia assoluta, che illude di non aver bisogno di nessuno, come novelli Robinson Crusoe che dimenticano la necessaria presenza del loro Venerdì. È una via che conduce molti, soprattutto i più fragili, all’abbandono. Nessuno basta a sé stesso: è nel riconoscerci reciprocamente dipendenti che ritroviamo, ognuno a suo modo, anche un Dio capace di ascoltare.
Come rispondere allora a quelle parole sul muro? Forse con l’invito del mistico Angelus Silesius, nel Pellegrino cherubinico (1675):
«Cammina dove non puoi. Guarda dove non vedi.
Ascolta dove nulla risuona: sarai dove Dio parla».
Graziano Martignoni


