Solidarietà solidale

Bisogna essere “anime belle” per essere solidali?

La scena politica e sociale di questi anni con il ritorno del fenomeno della povertà su larga scala, con le questioni degli stranieri, assieme alla realtà della solitudine e della sofferenza quotidiana di molti, non fa che richiamarne con forza la sua attualità. Ma di che cosa veramente parliamo quando parliamo di solidarietà? Non si tratta di idealizzare le “anime belle”, ma di riconoscere l’ambivalenza umana: anche le nostre zone oscure possono diventare fonte di autentico gesto solidale. Ogni atto d’amore porta con sé un paradosso: non nasce dall’illusione dei buoni sentimenti, ma dall’incontro reale con la complessità di sé e dell’Altro.

Come ricorda Nicole Jeammet (La haine nécessaire”, PUF,1989), spesso ci si occupa degli altri per non vedere le proprie ferite: A volte si è solidali con l’Altro non per amore dell’Altro, ma per debito, per colpa, persino per odio verso sé stessi. Una solidarietà vera implica invece riconoscere anche questi movimenti interni, trasformando l’egoismo in responsabilità e libertà.

Il senso profondo della solidarietà sta nella reciprocità: chi soffre non è solo destinatario d’aiuto, ma colui che, a sua volta, ci aiuta a vedere le nostre mancanze. Senza questa interdipendenza si cade nell’ “altruismo colonizzatore”. Qui sta il senso più profondo della gratuità. “Quando l’interdipendenza viene così riconosciuta, la correlativa risposta come atteggiamento morale e sociale, come virtù è la solidarietà. Questo non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone vicine e lontane; al contrario è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune ossia per il bene di tutti e di ciascuno, poiché tutti siamo veramente responsabili per tutti”. Chi scrive è Giovanni Paolo II nella sua enciclica “Sollecitudo rei socialis”.

Come fare allora perché la solidarietà non si fondi, come mette in guardia Lévinas – nel suo libro “Dal Sacro al santo”– sulla socialità superficiale del “caffè”? “Il caffè è la casa aperta, al livello della strada, luogo della socialità facile, senza responsabilità reciproca…il caffè non è un luogo, ma un non-luogo, per una non-società, per una società senza solidarietà…”

La solidarietà ha bisogno di compassione: non commozione, ma assunzione dentro di sé del volto sofferente dell’Altro. È il movimento del Samaritano del Vangelo di Luca, che si china sull’uomo ferito perché “si commossero le sue viscere”, non per motivazioni religiose o politiche.

La domanda radicale è: perché l’Altro deve riguardarci? Perché l’Altro è parte di noi. Ognuno porta in sé un “estraneo interiore”: accogliere lo straniero esterno significa riconoscere questa duplice alterità. Da qui nasce una solidarietà che non è controllo, ma giustizia dell’Altro.

“Fare giustizia dell’Altro – scrive Italo Mancini – significa far passare la misura  della accoglienza nella misura del dono”. Un dono dato é ricevuto nello stesso tempo poiché anche chi é bisognoso possiede proprio nella sua bisognosità, nella sua povertà un dono da offrire.

Due testi illuminano questa prospettiva: la parabola del Samaritano di Gerico del Vangelo di Luca e Le Livre de l’Hospitalité di Edmond Jabès. Quest’ultimo mostra come l’ospitalità autentica implichi attesa, discrezione, rispetto della soglia. Anche il Samaritano, dopo aver soccorso, si ritira: non impone presenza, riconoscenza o adesione ai propri valori. Restituisce libertà.

La solidarietà è dunque un’“ostetrica della libertà”: non richiede anime perfette, ma anime libere, capaci di aiutare senza invadere, accogliere senza possedere, accompagnare senza colonizzare.

                                                                                                                                                                                              Graziano Martignoni